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2:22 – Il destino è già scritto

2:22 - Il destino è già scritto

2:22 - Il destino è già scritto2:22 – Il destino è già scritto è una classica pellicola estiva o da seconda visione: tante idee ma tutte sviluppate male.

È un thriller con venature sci-fi che prova a mascherare l’ennesima pellicola romantica a lieto fine di una nuova generazione di cinema americano più confusa che altro, vogliosa di mettere a fuoco molti più concetti di quelli che sono capaci di raccontare realmente, come nel caso dell’esordiente Paul Currie, che nasconde la sua incapacità di sviluppare una storia confezionando la pellicola con una buona ricostruzione dell’ambiente circostante, fatto da una buona fotografia, un buon contrasto fra luci e colori, un buon accompagnamento musicale.

La storia eccessivamente fantasiosa scritta dallo stesso Currie (un’americanata bella e buona), ruota attorno a Dylan Boyd (Michiel Huisman), un controllore di volo che durante una distrazione ha rischiato di provocare un terribile incidente aereo: allontanato dal posto di lavoro, Dylan ha modo di conoscere Sarah (Teresa Palmer), una gallerista scampata miracolosamente proprio da quell’incidente che il ragazzo stava per provocare. Alcune visioni, una misteriosa lettera ritrovata casualmente in casa, delle coincidenze fortuite che accomunano a queste gli ultimi episodi vissuti da Dylan, lo convincono che la sua vita così come quella di Sarah sono in pericolo, per via di un piano del destino già scritto dal quale sembra impossibile sfuggire.

2:22 - Il destino è già scritto

Il ritmo è elevato e questo non si discute e se l’occhio vuole la sua parte, si può tranquillamente accontentare di ciò che questa pellicola offre: eppure, nonostante numerose caratteristiche che ci lasciano seguire con attenzione 2:22 – Il destino è già scritto, c’è qualcosa che alla fine proprio non riesce ad andare giù. Sarà per quell’estenuante attesa di un colpo di scena clamoroso che non arriva mai, sarà per determinati passaggi che hanno senso solo pensando agli evidenti buchi nella sceneggiatura, sarà per un’interpretazione deficitaria di un trio di protagonisti non trascendentali: insomma alla fine è palese, il giovane Currie con la cinepresa in mano ed in camera di montaggio ci saprà anche fare, ma scrivere una storia, beh, non è nelle sue corde.

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