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Baustelle – L’amore e la violenza

Baustelle
Baustelle - L'amore e la violenza
Baustelle – L’amore e la violenza

Unire il rock ed il cantautorato è sempre stata una prerogativa tutta italiana, una sorta di reminescenza che ci portiamo dietro dagli anni ’70, quando da noi impazzava il progressive: certo gli anni ’70 sembravano non aver lasciato traccia nel nostro modo di fare musica, ma poi abbiamo incontrato lungo il nostro cammino i CCCP, i Marlene Kuntz, gli Afterhours ed un’altra miriade di gruppi con lo stesso background alle spalle. Il successo di queste band è stato notevole, ma purtroppo non era alla portata di tutti: ci hanno quindi pensato i Baustelle una decina di anni dopo a sciorinare schitarrate d’autore fruibili ad ogni tipo di orecchio, diventando una sorta di capostipiti per un genere, l’indie, che come il progressive negli anni ’70 arriva in Italia in punta di piedi ma facendo alla fine proseliti.

L’amore e la violenza è l’esaltazione di questo movimento, in vero è giusto sottolineare come i suoni dei Baustelle con questo album sembrino virare sempre più verso il pop,  ma questo ci interessa poco, perchè lo spirito di questo disco è rock, l’essenza è rock, il retrogusto che ti lascia l’ascolto è rock, perchè i Baustelle sono rock puro, ma visto da un punto d’osservazione differente. Dal primo singolo (Amanda Lear) in poi, L’amore e la violenza scorre irrefrenabile su note ovattate, ritornelli poetici ma facili da cantare, un atmosfera trasognante che per i puristi con il rock avrebbero poco o nulla da spartire e meno ancora con la nostra scuola di cantautori, ed invece nessuno riesce ad unire meglio queste anime come riescono a fare Bianconi e compagni con questo disco, un inno al rock, un omaggio alla musica italiana, che dopo ben sei mesi dall’uscita è ancora saldamente in testa nella mia personale classifica delle cose migliori del 2017: e poi ditemi se anche questo, non è rock.

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