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Buon viaggio, ragioniere. Com’era umano lei

Paolo Villaggio

La notizia mi ha colto all’improvviso ieri mattina mentre prendevo posto nell’improvvisato ufficio dentro la baracchetta diroccata di un cantiere che controllo per conto della mia azienda da qualche tempo (perchè prima di essere un redattore di Filmovie rimango sempre un tecnico dell’ANAS): prendo il telefono per metterlo nel solito (unico) angolino dove resiste stoicamente l’ultimo refolo di recezione e mi accorgo che le notifiche dei miei social sembrano essere impazzite. Non riesco a controllare subito, la ricezione non me lo permette,  e così torno a sedere per cercare di mettere un po’ d’ordine fra documenti di trasporto, rapportini ed altre scartoffie varie: ad un certo punto però, mi chiamano per controllare un lavoretto di finitura e così corro in macchina verso la parte più alta del cantiere, al confine con l’autostrada Messina-Palermo, il tragitto dura 5 minuti, giusto il tempo per sentire quelli di Radio Due ricordare Paolo Villaggio, morto la stessa mattina ad 84 anni dopo essere stato ricoverato per qualche giorno in una clinica privata di Roma. Raggiunto una zona d’ombra con una ricezione appena decente vedo che tutti, proprio tutti, stanno scrivendo qualcosa sull’ultimo grande comico di un cinema italiano che non c’è più, persino la nostra pagina che senza di me difficilmente si avventura nell’arcaica “arte del post”, aveva già twittato il bellissimo ricordo che abbiamo poi scelto come titolo di questo editoriale: come al solito, tra chi ricordava Villaggio per vera devozione e chi solo per cavalcare l’onda del trend-topic del momento, spunta sempre il solito buontempone che si lamenta di tutto questo buonismo che attanaglia la rete ogni volta che scompare un personaggio famoso.

Fantozzi

Per favore, vogliamo chiudere internet a questa categoria di persone, da aggiungere alla lista che comprende già i fascisti, gli antivax, i credenti e gli analfabeti funzionali?

Perchè forse chi si sofferma su queste stronzate piuttosto che ricordare un pezzo di storia d’Italia, non merita di collegarsi con il resto del mondo: scusate, ma il mio sfogo oggi è questo.

I ricordi li lascio per me, anche perchè dopo un giorno, ognuno ha sciorinato i propri su quest’uomo arguto come pochi, capace di descrivere con due/tre personaggi l’Italia dal dopoguerra ai giorni nostri, un artista capace di modificare il concetto del “bello” tanto da poterlo adattare anche a pellicole che vedevano protagoniste Pina, Mariangela e la signorina Silvani. Un artista che con il suo cinema ha inventato neologismi, tormentoni, modi di dire (e di fare), ha unito tre generazioni, forse anche quattro, uno che ci faceva ridere fino alle lacrime ma ci lasciava sempre qualcosa su cui riflettere.

Fantozzi

In casa dei miei quando ero ragazzo, in classe, al lavoro con i colleghi o nella nostra piccola redazione, essere fantozziani era quasi naturale, perdere Paolo Villaggio è stato quindi come dire addio ad una persona di famiglia, al vecchio zio lontano e saggio anche se a tratti un po’ burbero, che quando però iniziava a raccontare le sue storie ti conquistava e ti lasciava basito, per questo l’ipocrisia e l’eccessiva ridondanza del mondo social un po’ t’infastidisce, perchè tocca qualcosa di tuo anche se la condividi con un paese intero. Un paese intero, l’Italia, che forse Paolo Villaggio non se lo meritava, tutti a ricordare la battute di Fantozzi dimenticando il pensiero profondo di un uomo, ateo ed anarchico, che se approfondito farebbe imbufalire buoni tre quarti delle persone cattobigotte che lo hanno ricordato, ma non perchè avesse qualcosa di sbagliato, ma semplicemente perchè era amabilmente “contro”, ed un paese che preferisce conformarsi verso il basso, un paese che involve esaltando Grillo e Salvini, sarà soltanto capace di ricordare Fantozzi, l’italiano medio di tutti, perchè Paolo Villaggio è stato un privilegio compreso da pochi.

Sono inviperito per questa tendenza che esiste soprattutto in Italia, forse per le sue radici cattoliche, di riconoscere i meriti degli artisti solo dopo la morte. Come se la morte li nobilitasse

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