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Tutti vogliono qualcosa

Tutti vogliono qualcosaPer i critici saccenti Tutti vogliono qualcosa sembra la naturale prosecuzione concettuale di Boyhood, perché inizia metaforicamente proprio dove finisce il precedente film di Richard Linklater e cioè fra i viali di un campus universitario: ed invece secondo me che non capisco un cazzo di cinema ma di film ne ho visti tanti lo stesso se c’è un riferimento fra le pellicole del regista texano che possa richiamare i temi di Tutti vogliono qualcosa dobbiamo andare con la mente agli albori degli anni ’90, quando ancora non era uscito Prima dell’alba e Richard Linklater non se lo cagava nessuno: il film era La vita è un sogno, un nome che magari non vi dice niente, ma siccome a farcelo conoscere è arrivato il passaparola, molti di noi lo ricorderanno come Dazed and Confused e non solo perché porta lo stesso titolo di una canzone dei Led Zeppelin, ma perché è stata una ricostruzione sincera degli anni ’70, perché l’iniziazione alla vita di un gruppo di ragazzi è stata raccontata con una leggerezza tale che ci ha quasi commosso, ed anche perché fra le varie figure secondarie i più attenti avranno notato i visi sbarbati dei giovani Ben Affleck, Matthew McConaughey, Cole Hauser ed  Adam Goldberg. Tutti vogliono qualcosa è un’altra storia d’iniziazione, però ambientata negli anni ’80, dove un gruppo di matricole all’interno del college si farà forza della loro esperienza nel campo del baseball per integrarsi al meglio e cercare di restare sempre se stessi nonostante l’anarchica follia che li circonda. Chi pensa che Tutti vogliono qualcosa rappresenti un passo indietro qualitativo rispetto a Boyhood senza nemmeno averlo visto si sbaglia di grosso, il fatto che Richard Linklater abbia creato dal nulla una commedia collegiale non vuol dire che si è adeguato al marciume di certe giovanilistiche stronzate tipiche di una certa cinematografia americana, il fatto che abbia incentrato lo stesso film su quattro ragazzi non fa di questa pellicola un buddy-movie con eccesso di testosterone e ricerca compulsiva di birra, tette e culi, l’aver scelto quattro protagonisti fra giovani idoli televisivi e star da Step-Up non è stato di certo un tentativo di calamitare in sala il popolo dei bimbominkia: Tutti vogliono qualcosa è l’antitesi esatta della pellicola stereotipata, ci sono gag, battute, momenti musicali, storielle d’amore più o meno facili, c’è un effetto nostalgia dirompente che conquista anche il cuore degli spettatori over 40, ma è comunque una pellicola dove le sfumature dei protagonisti vengono costruite con maniacale perfezione, la stessa che Linklater e compagnia hanno dedicato alla ricostruzione dei luoghi, dei costumi, dei modi di fare, ed anche chi ha vissuto in pieno gli anni ’80 dei vinili e delle magliettine Adidas non riesce a capire se si trova realmente di fronte ad un film del 2016 piuttosto che ad uno del 1984. Gli esperimenti alla Boyhood sono finiti dunque, ma non la voglia di raccontare di un cineasta come Richard Linklater, che pur senza l’idolatria (forse eccessiva) della pellicola precedente riesce a mettere in piedi un prodotto anche migliore, che più che ai nostalgici sembra diretto alla nuova generazione di diplomati, ai maturandi, alle matricole universitarie, a chi si appresta a rivoluzionare per la prima volta la propria vita affacciandosi timidamente nel mondo dei più grandi, un esperienza divertente quanto formativa, che forse passerà quasi inosservata, ma che merita di essere condivisa anche se apparentemente così lontana dal nostro mondo e dal nostro tempo.

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