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    Management del dolore post-operatorio – Un incubo stupendo

    Cambia la line-up, si ammorbidiscono i testi, la musicalità sembra volersi frenare: qualcuno potrebbe pensare ad un’involuzione dei Management, anche perché il primo singolo estratto ci lascia leggermente basiti. Poi però, quando ti spari in cuffia tutto l’intero album ti rendi conto di non aver capito un cazzo e che Un incubo stupendo è piuttosto un passo avanti ben assestato.

    Management del dolore post-operatorio - Un incubo stupendo
    Management del dolore post-operatorioUn incubo stupendo

    Lo avevamo capito già dei tempi di I love you (splendido album del 2015) che il gruppo abruzzese era cambiato, ma non in peggio, anzi. Piuttosto, si è evoluto, non ha scimmiottato se stesso, non ha provato a cercare in maniera compulsiva la nuova Pornobisogno solo perché è il pezzo che tutti urlano ai concerti, non ha rinunciato ai testi pungenti ai riff tirati, ma ce li ha porti in maniera diversa, più matura, e forse, ancora più incazzata.

    Un incubo stupendo è l’evoluzione dell’evoluzione dei Management, è un album fatto di pezzi pronti per essere cantati a squarciagola ai concerti (Naufragando), altri meriterebbero la ribalta radiofonica o magari di accompagnare i titoli di coda di qualche film di un giovane regista emergente (Esagerare sempre), altri non sfigurerebbero in una compilation indie d’oltre Manica (Il mio corpo).

    Management del dolore post-operatorio
    Luca Romagnoli e Marco Diniz Di Nardo

    Un incubo stupendo è uno dei migliori dischi italiani dell’anno, c’è poco da dire.

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    40 sono i nuovi 20

    C’è sempre un po’ d’imbarazzo nel seguire al cinema un film che parla di cinema come 40 sono i nuovi 20, anche se questo è solo un pretesto per dare una base al solito dramedy sentimentale e generazionale arrivato in sala in questi giorni prima di essere relegato al circuito televisivo, il vero bacino d’utenza della pellicola firmata Hallie Meyers-Shyer.

    40 sono i nuovi 20 locandina

    E c’è sempre un po’ d’imbarazzo a vedere una grande attrice come Reese Witherspoon tornare a praticare il terreno delle commedie romantiche come ad inizio carriera, scelta come un’attrice di secondo livello a sostituire la (momentaneamente) più quotata (ma molto meno talentuosa) Rose Byrne, come se non avesse un Oscar ed un Golden Globe in bacheca, come se non avesse un curriculum d’attrice di livello superiore, come se non avesse più la possibilità di offrire la sua opera a pellicole oggettivamente ben più importanti di 40 sono i nuovi 20.

    40 sono i nuovi 20 si muove attorno ad Alice Kinney (Reese Witherspoon) madre di famiglia aspirante interior design arrivata a 40 anni con un matrimonio sull’orlo del fallimento ed una voglia matta di tornare indietro dal momento che l’incontro con un gruppo di giovanissimi aspiranti registi sembra aver risvegliato in lei quella passione sopita che non è soltanto fisica e sentimentale, ma soprattutto spirituale, anche se questo nel primo “approccio” col ruspante Harry (Paco Alexander) si nota ben poco. L’essere figlia del popolare regista John Kinney le porta una sorta di venerazione da parte del gruppetto di nuovi amici, tale da convincerla a “tenerli” con lei nella stanza riservata agli ospiti.

    40 sono i nuovi 20
    Reese Witherspoon in 40 sono i nuovi 20

    Questa ventata di freschezza gioverà non solo ad Alice, ma un po’ a tutte le persone più importanti della sua vita: l’improvviso ritorno del marito (Michael Sheen) e le prime delusioni nel mondo del lavoro sconvolgeranno di nuovo la vita di Alice, per la quale sembra arrivato il momento delle decisioni importanti.

    Non pensate subito al film incentrato sul rapporto fra la MILF ed il giovanotto di turno, in primis perché la Witherspoon non è la classica quarantenne di un certo immaginario popolare, secondo perché l’indirizzo che la regista Hallie Meyers-Shyer ha voluto dare a 40 sono i nuovi 20 è completamente diverso, ma alla fine il senso (ed il risultato) quello è.

    40 sono i nuovi 20

    E’ inutile quindi soffermarsi più di tanto sui tanti perché che non permettono a questa pellicola di non funzionare, 40 sono i nuovi 20 è un film concettualmente nato per non funzionare, un prodotto per casalinghe acculturate, che non lascerà traccia in una stagione cinematografica che brilla per la qualità dei prodotti quanto per l’esiguità del pubblico in sala.

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    The Mask – Da zero a mito

    Tra i film degli anni ’90 che ricordo particolarmente e che qualcuno ha dimenticato di inserire nelle infinite liste dei cult dei tempi c’è senza dubbio The Mask di Chuck Russell, il film che ha fatto esplodere la faccia di gomma di Jim Carrey o che ha fatto conoscere a tutto il mondo una Cameron Diaz mai così bella.

    The MaskThe Mask è più che altro un fumettone venuto bene, che ha voluto reinventare “a modo suo” la triste storia del Dr. Jekyll e di Mr. Hide trasformando il mite impiegato di banca Stanley Ipkiss (Jim Carrey) in un criminale fuori dagli schemi, folle e deformabile, vestito di giallo e con la pelle verde, capace tanto di derubare una banca (la sua) che di sconfiggere un feroce mafioso, aiutato dall’istinto, dalla disperazione, da un carinissimo cagnolino di nome Milo e da una maschera vichinga che un tempo apparteneva a Loki (che non è solo il fratellastro di Thor ma un feroce dio della tradizione norrena).

    Nei blog di noi nostalgici cinefili capita spesso di recensire, ricordare, a volte venerare certi film degli anni ’80, quelli che hanno fatto da fondamento alla nostra passione per il cinema, quelli che hanno segnato quel passaggio dall’infanzia all’adolescenza, è inutile fare i titoli, ognuno ha i suoi cult, i suoi momenti da ricordare all’infinito, da tramandare ai figli, da rivedere quando meno te lo aspetti e scoprire se all’improvviso riesci a percepire la stessa magia.

    The Mask

    La stessa cosa purtroppo non possiamo dirla per il cinema del decennio successivo, eppure i film degli anni ’90 sono stati importanti in egual modo, sono quelli che ti hanno fatto capire che presto saresti diventato un cinefilo, sono gli stessi film che hai raccontato sul giornalino della scuola o sulle fanzine (fogli A3 piegati) che auto-pubblicavamo al centro sociale/associazione culturale: quando piuttosto che limonare con la tipa di turno ti concentravi sulle battute di Eric Draven mentre sgranavi gli occhi di fronte a Il Corvo, capivi inesorabilmente che per te il cinema era qualcosa di diverso, dopo esserti sentito un coglione ovviamente.

    Era il 1993 e di effetti speciali computerizzati se ne iniziavano a vedere parecchi, Russell era un regista cresciuto nel campo dell’horror (Nightmare 3, Blob) ed in quei casi bastava avere qualche buon artigiano a disposizione, mentre invece per portare su grande schermo The Mask, fumetto indipendente (Dark Horse) di John Arcudi e Doug Mahnke, bisognava studiarsi qualcosa di diverso dal momento che un budget inferiore ai venti milioni di dollari, in quel di Hollywood era bassino anche più di vent’anni fa: fortunatamente in soccorso allo staff di Steve Williams (candidato nel 1995 al premio Oscar per i migliori effetti speciali) è arrivato Jim Carrey e la sua straordinaria mimica facciale, la sua capacità incredibile di trasformare un volto fino quasi a sfigurarlo, la sua propensione ad essere del tutto naturale ed a suo agio anche con enormi protesi al volto, è bastato applicare sulle sue posture alcuni trucchetti da cartoni animati ed il gioco è stato fatto abbassando i costi ai minimi termini.

    The Mask
    Jim Carrey e Cameron Diaz in The Mask.

    Ed è proprio su questa innaturale interpretazione di Jim Carrey che il The Mask ha basato il suo successo, passano infatti in secondo piano la sceneggiatura alquanto stupida e semplicistica a supporto, che ha fatto del protagonista stravolto dalla maschera un’irresistibile buffone colorato, mentre chi ha letto il fumetto avrà avuto modo di vederlo come una sorta di Joker violento e psicopatico, che in una commedia avrebbe stonato di certo.

    Parlando dei film “importanti” degli anni ’90 di The Mask probabilmente si sono dimenticati in tanti, ed oltre allo “sfumeggiante” di rito ed alla libera interpretazione di Cuban Pete da parte di Jim Carrey è difficile ricordare qualcosa (i maschietti potrebbero aggiungere il ballo sensuale di Cameron Diaz al Congo Bongo): eppure The Mask è tutt’ora presente nella top ten dei film più visti su Netflix in tutto il mondo, sono consapevole che non è un capolavoro, ma non lo era nemmeno Forrest Gump eppure lo ricordano tutti.

    The Mask
    Cameron Diaz in The Mask

    Lasciateci quindi dire che a suo modo anche The Mask è un cult, ognuno la pensi come vuole sull’effettiva qualità del prodotto o sulla presunta originalità, ma a rivederlo in televisione un po’ di nostalgia deve sorgere spontanea, altrimenti vi meritate Kristolwsky e tutto il palloso cinema polacco degli anni ’90.

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    Nove lune e mezza

    Si muove da tempo nel mondo del cinema, del teatro, della TV e delle fiction ad essa collegate, magari senza guadagnarsi la primissima scena, ma Michela Andreozzi è un’artista che ha tanto da dare e la sua prima coraggiosa regia cinematografica, Nove lune e mezza, potrebbe metterci di fronte finalmente ad un nuovo modo di affrontare la commedia popolare.

    Nove lune e mezza locandinaIn realtà dentro Nove lune e mezza di novità ne troviamo ben poche, almeno dal punto di vista concettuale: ma non è ciò che racconta che rende speciale la commedia dell’Andreozzi ma piuttosto il “come” la racconta.

    Scegliere di lavorare in corale per un regista a volte è una scelta un po’ ruffiana, perché ti permette di nascondere dentro un insieme la paura di prendere una strada ben precisa, ma nel caso di Nove lune e mezza la coesione del cast è un valore in più e non un artificio, ci sono più o meno i “soliti noti” visti non so in quante commedia, ma in questa pellicola mostrano un volto diverso, più spontaneo, ironico ed originale, non ci sono dei protagonisti principali a prendersi la scena ma c’è una storia al centro di tutto e degli ottimi attori attorno che fanno di tutto affinché ci rimanga.

    Nove lune e mezza

    Nove lune e mezza è la storia di due sorelle ma non solo, è la storia di tutto ciò che ruota attorno al concetto di famiglia: Livia (Claudia Gerini) è la più sgamata, è una violoncellista ma potrebbe essere tranquillamente una turnista di un gruppo rock ed ha un compagno figo ed osteopata, Tina (Michela Andreozzi) è uno di quei vigili urbani al quale la divisa pesa più di un macigno, che nonostante una laurea si tiene il posto fisso, si accontenta di ciò che passa il convento anche dal punti di vista sentimentale, dal momento che il suo di compagno è un noioso e pedante collega la cui massima aspirazione è vincere al fantacalcio.

    Nove lune e mezza

    Sono sorelle totalmente diverse in opera, azioni e pensieri, prendi i figli ad esempio, per Livia un cancro da estirpare, per Tina una necessità impellente, che però non potrà mai soddisfare dal momento che lei purtroppo di figli non ne potrà mai avere, almeno che…

    I consigli di un ginecologo furbo e carismatico, il concetto di “sorellanza” che va oltre l’amore fra sorelle, il coinvolgimento del resto dell’atipica famiglia, permetterà a Tina di avere finalmente il proprio pargoletto, anche se per vie “traverse”: sarà infatti Livia a partorire per lei, ma attenzione, non lo dovrà sapere nessuno.

    Nove lune e mezza

    In questo gioco di equivoci e contrapposizioni nasce la meccanica di Nove lune e mezza, un film che forse non offrirà allo spettatore idee e battute originali, ma che vengono confezionate in maniera tale da passare in secondo piano e mostrarsi ai nostri occhi comunque come una delle commedie italiane più fresche di questo 2017, anche perché Michela Andreozzi con trucchi da veterano lavora superbamente con il comparto tecnico: colonna sonora, montaggio, fotografia, niente viene lasciato al caso, alla fine Nove lune e mezza non si limiterà a “divertire” ma sarà gradevole da vedere a 360°.

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    Levante – Nel caos di stanze stupefacenti

    C’è chi per farsi notare si svende ad un talent, c’è chi fa gavetta e lavora duro, una strada certamente più difficile ma più soddisfacente. E se adesso Levante è riuscita a piazzare nelle radio di tutt’Italia due tormentoni come Non me ne frega niente e Pezzo di me direttamente dall’album Nel caos di stanze stupefacenti, deve solo ringraziare se stessa.

    Levante - Nel caos di stanze stupefacenti
    Levante – Nel caos di stanze stupefacenti

    Ma attenzione, perché all’album manca qualcosa. Certo, l’attenzione che ruota attorno all’artista palermitana mi sembra un po’ eccessiva, fondamentalmente oltre ai singoli poc’anzi citati dove spicca il duetto con Max Gazzè, nell’album di Levante c’è poco altro, la stoffa c’è (e c’era anche prima, ai tempi di Alfonso e di Manuale Distruzione), ma di strada prima di meritarsi quel posto fra i giudici di uno di quel talent (X-Factor) da lei tanto osteggiati fino a poco tempo fa, ne avrebbe potuto fare ancora un altro po’: come può contribuire alla formazione del futuro di un giovane artista una che deve ancora mettere le basi per il suo?

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    Il Pan del Diavolo – Supereroi

    Conoscete Il pan del Diavolo? No? Ascoltate Supereroi, uno dei primi album usciti in questo 2017 ben radicato musicalmente, uno dei migliori album di questo 2017 qualitativamente elevato, da riscoprire grazie a dischi come questo.

    Il Pan del Diavolo - Supereroi
    Il Pan del Diavolo – Supereroi

    Immaginatevi di viaggiare in una di quelle strade lunghe e polverose da film americano, dove attorno a voi ci sono solo caldo opprimente e polvere, e la visione di una locanda sperduta che faccia da bar sembra quasi un miraggio: appurato però che la locanda è vera, non potete fare a meno di scendere, di aprire quelle porte, arrivare al bancone a prendervi la più ghiacciata delle birre che c’è in frigo mentre nel palco in fondo c’è qualcuno che suona ciò che avresti immaginato di sentire appena messo piede in quel locale. Guardatevi bene intorno però perché in realtà non siete in America ma nel cuore della Sicilia, nella tormentata Strada Statale che porta da Palermo ad Agrigento, la birra che bevete potrebbe essere una Minchia o una Birra dello Stretto e quel duo che suona maledettamente country rock, altro non può essere che Il pan del Diavolo.

    Il Pan del Diavolo
    Pietro Alessandro Alosi e Gianluca BartoloIl Pan del Diavolo

    Avete presente quegli squallidi talent televisivi dove il presunto giudice nel dover esprimere un giudizio sullo sbarbato di turno se ne esce con frasi del tipo “tu fai qualcosa che qui in Italia non esiste” solo perché non hanno un cazzo da dire? Probabilmente non hanno mai ascoltato Il pan del Diavolo: perché quello che suona Il pan del Diavolo è davvero qualcosa che in Italia non è capace di fare nessuno.

    Il Pan del Diavolo

    Come vogliamo definire la loro musica? Folk Rock? Country Rock? Stoner Rock? Se vi dicessi di lasciar perdere ogni definizione e godervi in pieno ciò che Pietro Alessandro Alosi e Gianluca Bartolo hanno da offrirvi? Pensateci su bene e fatelo il prima possibile, perché a parte i suoni tirati e cadenzati che sembrano in certi casi volerti estirpare il cuore da petto per poter battere all’unisono, ci sono testi da ascoltare ed interpretare, degni della migliore scuola cantautoriale italiana, che non sfigurerebbe nemmeno in un contesto internazionale.

    Avete presente quindi Il pan del Diavolo? No? Ascoltate Supereroi, uno dei primi album usciti in questo 2017, uno dei migliori album di questo 2017 eccezionale, anche grazie a dischi come questo.

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    Smetto quando voglio – Masterclass

    Smetto quando voglio – Masterclass: la banda dei ricercatori è tornata, a rimetterla insieme ci ha pensato l’ispettore Paola Coletti (Greta Scarano), che promette la scarcerazione di Pietro Zinni (Edoardo Leo) e l’annullamento di tutte le accuse al resto della banda in cambio di un aiuto, segreto e sottotraccia, nel reperire, catalogare ed debellare tutte le nuove smart drugs che stanno proliferando sul territorio romano.

    Smetto quando voglio 2 locandinaChiedo scusa a Sydney Sibilla se non sono andato a vedere Smetto quando voglio – Masterclass al cinema quando uscì nello scorso mese di febbraio contribuendo al non eccezionale risultato al botteghino del sequel della più innovativa commedia italiana degli ultimi trent’anni: prometto che a novembre, quando uscirà Smetto quando voglio – Ad honorem, sarò in primissima fila a godermi la chiusura di una trilogia che sa come evolversi ed elevarsi, perché questo è stato sostanzialmente il risultato ottenuto in questo secondo capitolo.

    Sale la tensione, sale la parte puramente action ma senza mettere da parte la componente comica che poi è la base del successo di questa saga nostrana, non mancano i particolari intrecci ed i momenti da tipico cinema americano, i colpi di scena ed i momenti di “tensione”, e c’è anche uno sguardo particolarmente sarcastico sulla situazione reale, legata soprattutto al voltafaccia finale della Polizia, che ci illustra fedelmente quanto ci si possa fidare delle nostre “istituzioni” in questo particolare momento storico del nostro paese.

    Smetto quando voglio 2 masterclass

    Sibilla mantiene i toni acidi saturando la pellicola col giallo piuttosto che col verde del primo capitolo, mantiene anche il gusto adrenalinico creato ad arte col montaggio, aggiunge inoltre elementi al cast come Marco Bonini (l’anatomista) e Giampaolo Morelli (l’ingegnere specializzato in armi), che pur non avendo “grossi spazi” a disposizione regalano un ulteriore verve al pirotecnico rooster di attori: l’irruzione a sorpresa nel finale di Luigi Lo Cascio ci lascia ben sperare per il capitolo conclusivo della saga che come abbiamo già avuto modo di accennare poc’anzi, si chiuderà il prossimo mese di novembre con l’esplosivo (chi ha visto i primi due capirà presto il perchè) Smetto quando voglio – Ad honorem, il cui teaser trailer è stato inserito nei titoli di coda come ha già fatto Robert Rodriguez in Machete.

    Smetto quando voglio 2 masterclass

     

    Per ritrovare nel cinema nostrano un connubio così ben riuscito fra commedia ed azione dobbiamo risalire forse alle avventure del commissario Nico Girardi che hanno fatto di Tomas Millian il mito dei nostalgici anni ’80, una lunga serie di imprese “polizziettesche” che la veracità del commissario interpretato dal grande attore cubano ha trasformato in punti di riferimento della vecchia commedia all’italiana: certo, determinati film hanno guadagnato la loro fetta d’importanza nel corso degli anni, dove tutto quello che un tempo veniva definito “pecoreccio” è stato trasformato da un certo revisionismo in “ruspante”, mentre la saga di Sydney Sibilla ha avuto il merito di conquistare subito sia la critica che il pubblico delle grandi occasioni, ma auguro comunque di durare negli anni perchè l’innovazione cinematografico in un paese retrogrado (e non solo dal punto di vista artistico) come l’Italia andrebbe sempre premiata.

    A questo punto quasi mi dispiace sapere che a novembre il destino della banda verrà segnato una volta per tutte, se c’è una petizione per convincere Netflix o Sky a produrre una serie TV di almeno 12 episodi con i ricercatori più scalcagnati del cinema italiano fatemelo sapere che la firmo subito, anche col sangue, qualora ce ne fosse bisogno.

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    Paddington 2 – Trailer italiano ufficiale

    Paddington 2 è un film di animazione diretto da Paul King.

    Paddington è ormai un celebre membro di Windsow Gardens, la comunità in cui vive con la famiglia Brown.

    A caccia del regalo perfetto per il centenario di zia Lucy, il nostro simpatico e buffo amico trova un raro libro pop up in un negozietto di antiquariato. Dopo avere svolto una serie di lavoretti per tentare di comprarlo, il libro sparisce misteriosamente, scatenando l’orsacchiotto e la mitica famiglia Brown sulle tracce dell’astuto ladro che l’ha trafugato.

    Paddington 2

    Dopo il travolgente successo del primo film, anche questo secondo capitolo è uno strepitoso cocktail di azione e simpatia, ancora una volta diretto da Paul King e prodotto da David Heyman.

    Una nuova e avventurosa trama accompagnata da grandi new entry nel già importantissimo cast: Hugh Grant e Brendan Gleeson, si aggiungono ai nostri amici anglosassoni Hugh Bonneville (Mr. Brown), Sally Hawkins (Mrs. Brown), Julie Walters (Miss Bird), Jim Broadbent (Mr. Gruber), Peter Capaldi (Mr. Curry), Madeleine Harris e Samuel Joslin (Judy e Jonathan Brown).

    Dal 9 novembre al cinema.

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    L’uomo di neve

    L’uomo di neve è l’esempio lampante che spesso un grande sforzo produttivo fatto di attori di primissimo livello, un comparto tecnico di soli premi Oscar ed un certo Martin Scorsese a tenere le fila di tutto il progetto, può comunque deludere lo spettatore, anche quello che come me un romanzo di Jo Nesbø non lo ha mai letto.

    L'uomo di neve locandinaSuccede quindi che Martin Scorsese, dopo aver passato mesi a preparare L’uomo di neve con scelte alquanto coraggiose (i due sceneggiatori Hossein Amini e Peter Straughan non sono di certo diventati famosi grazie ai thriller), una mattina si sveglia e decide di lasciare la regia a qualcun altro restando dentro il progetto in maniera occulta nel ruolo di produttore esecutivo assieme allo stesso Jo Nesbø.

    Il nuovo regista pare debba essere per forza scandinavo e dopo aver tastato la disponibilità dei vari Morten Tyldum e Baltasar Kormákur, Scorsese affida L’uomo di neve a Tomas Alfredson, uno che nel fare gli horror è davvero bravo (Lasciami entrare) ma chissà perché, gli americani lo vedono come maestro del thriller affidandogli pellicole dove finora non è ancora riuscito a brillare di luce propria (La Talpa).

    L'uomo di neve (film)
    Michael Fassbender in “L’uomo di neve

    E siccome l’arte di girare un thriller non la impari sbarcando ad Hollywood, alla fine anche L’uomo di neve delude per un buon 70%, lasciando quel poco di positivo rimasto ad una storia scritta bene ed un comparto tecnico buono a valorizzare le atmosfere eteree del romanzo.

    Il detective Harry Hole (Michael Fassbender) nonostante dei seri problemi con l’alcol, è alla guida di una squadra investigativa di successo specializzata in serial killer: l’assassino che uccide madri single lasciando come “firma” un triste pupazzo di neve, gli ricorda certi efferati delitti irrisolti del passato che assieme alla giovane collega Katrine Bratt (Rebecca Ferguson) dovrà tirare di nuovo in ballo per trovare qualche indizio che gli permetta di chiudere il cerchio.

    L'uomo di neve (film)

    Chi ha avuto modo di leggere tutta la serie di romanzi dedicati al detective Hole di lui conosce proprio tutto, d’altronde L’uomo di neve è il settimo capitolo di una saga letteraria iniziata nel 1997 che ha conquistato milioni di lettori in tutto il mondo: far esordire Harry Hole al cinema in uno degli ultimi romanzi di questa stessa saga (2010) avrebbe richiesto qualche compromesso, perché in sala probabilmente non ci saranno solo i fans di Nesbø.

    Ed invece ci si ritrova di fronte ad un personaggio dal passato oscuro, con il quale sembra impossibile empatizzare, e la prova di un Fassbender stranamente svogliato e poco presente, non aiuta di certo ad entrare in sintonia col personaggio.

    Fortunatamente questa storia cammina da sola con le proprie gambe, nonostante “la palla al piede” di una regia incerta: a tratti ricorda vagamente Millennium – Uomini che odiano le donne di David Fincher, in altri tratti lo copia spudoratamente, alla fine L’uomo di neve fa il suo sporco lavoro di thriller scandinavo, ma fa fatica arrivare alla fine così come farà fatica a farsi ricordare nel tempo.

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    LEGO Ninjago – Il film

    La Warner Bros prova a battere il ferro ancora caldo dei recenti successi di The LEGO Movie e LEGO Batman – Il film e basandosi su di una serie animata di successo, porta al cinema anche LEGO Ninjago – Il film.

    Lego Ninjago (locandina film)Ma attenzione, perché non sempre tutte le ciambelle riescono col buco: LEGO Ninjago – Il film è una pellicola con tanti aspetti positivi, divertente come poche (con tratti che rasentano la comicità pura), avvalorato da un impatto visivo potente, una costruzione minuziosa dei caratteri dei personaggi e la solita irriverenza dei film targati Lego System A/S. Purtroppo però la storia si perde clamorosamente per strada nel corso della visione, sfugge di mano e non bastano di certo alcuni refusi di comicità a riportarlo sulla retta via.

    LEGO Ninjago – Il film è la storia di un gruppo di giovanissimi ninja colorati esperti di spinjitsu, messi insieme dal folle sensei Wu per cercare di limitare la furia del malvagio fratello Lord Garmadon, cattivissimo signore della guerra tornato sull’isola di Ninjago per ristabilire il suo potere.

    Lego Ninjago Film

    In questa giovane equipe di LEGO Master Builder, fra i fratelli Smith, Jay Walker, Zane Julian e Cole Bucket, c’è anche il ninja verde Lloyd (detto La-Lloyd), figlio proprio del malvagio Garmadon, il cui scontro “generazionale” riserverà più di una sorpresa.

    Le intenzioni dello sceneggiatore Paul Fisher erano chiaramente quelle di spaziare in tematiche che andassero oltre il ludico ed il divertente, come quell’insano rapporto padre/figlio che mette la famiglia al centro di tutto anche quando uno dei due è la persona più malvagia che esista: per farlo però Fisher ha concentrato troppa “serietà” in una seconda parte di film a tratti deludente, che la regia a quattro mani con Charlie Bean non riesce a sistemare e mortifica un film che parte a razzo, a tratti straripante, in pieno stile LEGO.

    Lego Ninjago Film

    Di certo, ho avuto modo di constatarlo personalmente, quello che nasce come film per bambini proprio a questi ultimi non presta attenzione perché, e mi scuso già da adesso per il gioco di parole, alla fine non permette di attirare lo loro attenzione: risultato finale?

    Sala in delirio, con un centinaio di mocciosi circa che salivano e scendevano le scale mentre i loro genitori cazzeggiavano con lo smartphone, ed un’amarezza infinita nell’uscire per la prima volta deluso alla fine di un film targato LEGO.

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    Queens of the Stone Age – Villains

    L’aver letto dalle riviste specializzate qualche mese fa che Villains, l’attesissimo ritorno sulle scene dei Queens of the Stone Age, avrebbe avuto Mark Ronson come produttore ha fatto storcere il naso a più di un appassionato: potrà mai il produttore storico di Amy Winehouse e Lady GaGa portare qualcosa di nuovo in casa del gruppo simbolo dello stoner rock?

    Queens of the Stone Age - Villains
    Queens of the Stone Age – Villains

    L’ascolto ci dice che l’unica novità portata da Ronson in casa QOTSA è stata la contaminazione, per il resto Villains suona come un qualsiasi album della band di Josh Homme e cioè diverso da tutti gli altri venuti prima. La contaminazione voluta da Ronson ci porta sprazzi di chitarroni funky, di synth spudoratamente anni ’80, di puro indie rock contemporaneo e di blues rock americaneggiante. Ma attenzione: se pretendente di notare tutto questo ad un primo ascolto è meglio che lasciate perdere, siete proprio fuori strada. Villains è un disco che “monta” col tempo, quel suo intercedere quasi ipnotico, quel suo ritmo costante, i virtuosismi di una band che sa suonare come poche e che mai come in questo disco è riuscita a mettere insieme pezzi da danceroom come The way you used to do, Head like a haunted house o l’apripista Feet don’’t fail me, per poi concludersi con un “pezzone” d’altri tempi come Villains of circumstance.

    Queens of the Stone Age
    Josh Homme leader indiscusso dei the Queens of the Stone Age

    Se contaminare vuol dire evolversi ben vengano produttori come Mark Ronson anche se hanno un retaggio musicale ben lontano dal rock, soprattutto se i risultati sono dischi come Villains, che non sarà forse Song for the Deaf, ma un album di spessore assoluto da mettere sul podio assolutamente dei migliori album dei QOTSA.

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    E.T. l’extra-terrestre

    La storia di E.T. l’extra-terrestre la conosciamo tutti, questo piccolo alieno che si perde sulla Terra mentre cercava piante e che si rifugia nel giardino della casa del piccolo Elliott (Henry Thomas) con il quale stabilisce una relazione psichica oltre che uno splendido rapporto d’amicizia, che sembra doversi concludere tragicamente quando E.T. viene scoperto dai federali.

    E.T. locandinaE’ sempre un’emozione mostrare alle mie figlie quei film che hanno fatto da caposaldo alla mia fanciullezza, perché l’emozione che certe pellicole riescono a trasmettere, prevaricano tempi e generazioni, forse è un termine un po’ troppo abusato, ma posso dire tranquillamente che hanno fatto la storia.

    Ciò che però ho voluto mostrare alle mie bimbe non era la storia magica in se, ma come certi film risultino ancora così attuali nonostante abbiano sul groppone più di trentacinque anni di onorata carriera: certo, è giusto ricordare come l’edizione del 2002 abbia trasformato letteralmente buona parte delle scene, se potete, andate a recuperare quella in Blu-Ray dell’ottobre 2012, fortunatamente hanno capito l’errore che hanno fatto e ci hanno “restituito” la versione originale.

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    Ciò che ho voluto invece provare io è stata quella sorta di vicinanza fra il mio modo di essere stato bimbo e quello che loro stanno vivendo adesso, un’utopia forse, ma che svanisce di fronte a film-evento come E.T. l’extra-terrestre: la loro generazione è quella dei telefoni, dei tablet e degli mp3, per noi il Grillo Parlante che veniva smontato per mettersi in contatto con il suo pianeta era il massimo della tecnologia desiderata, eppure i sentimenti che ci uniscono al cospetto di questo film sono sempre gli stessi, il valore dell’amicizia, del sacrificio, il sapore della conoscenza, la speranza per il futuro, hanno lo stesso peso sia se li hai “vissuti” nel 1981 che nel 2017.

    et
    Elliot (Henry Thomas) in E.T. l’extra-terrestre.

    E poi c’è una constatazione oggettiva: E.T. l’extra-terrestre è un gran bel film, Steven Spielberg è un maestro e scene come quella del volo in bicicletta resteranno nell’immaginario popolare in eterno, quelle ambientazioni (che i neofiti potranno ritrovare nella serie cult Stranger Things), quel micro-mondo così particolare messo al centro dell’universo, il prodigio tecnico degli effetti speciali guidato dal nostro Carlo Rambaldi che nel 1982 hanno cambiato il modo di fare fantascienza, hanno contribuito a fare di E.T. l’extra-terrestre uno dei film più importanti di sempre.

    La domanda che i lettori ci fanno ogni volta che si parla di un cult di altri tempi: ci sarà un seguito o una riedizione? In realtà un copione che vedeva Elliott ed i suoi amici rapiti da alieni cattivi e poi salvati dal piccolo E.T. ai tempi il buon Steven Spielberg lo aveva scritto, il successo commerciale di questa pellicola è stato tale che non ne potevi fare a meno, ma poi il maestro newyorchese ha preferito desistere e dedicarsi ad altro, una pellicola del genere deve restare unica.

    et

    Qualcuno ci aveva provato ad immaginarne una riedizione, ma questo film è talmente addentrato nella sfera personale del regista (E.T. rappresenta il piccolo alieno immaginario che gli ha fatto compagnia dopo la separazione dei suoi genitori) da fargli rifiutare ogni offerta ricevuta sui diritti, qualcuna anche miliardaria.

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