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Civiltà perduta

Civiltà perdutaIl cinema d’estate a volte può riservarti sorprese davvero inattese, ma il più delle volte ti costringe a guardare certe stronzate che ti fanno pensare che se hanno messo in sala nei primi di luglio un film come Civiltà perduta, un motivo ci sarà. Liberamente tratto dal romanzo di successo The lost city of Z di David Grann, che comunque a detta di chi l’ha letto malvagio non era, Civiltà perduta ci narra la storia vera di un ufficiale britannico, il colonnello Percy Fawcett (Charlie Hunnam), che nel cuore degli anni ’20 scompare nel bel mezzo dell’Amazzonia (al centro del Mato Grosso) assieme al figlio Jack (Tom Holland) mentre cercava la leggendaria città di El Dorado (che Fawcett chiamava Z) che secondo le sue elucubrazioni, esisteva davvero, ed aveva anche intuito dove cercarla.

La pellicola di James Gray (Little Odessa, C’era una volta a New York) si divide equamente fra il tentativo di organizzare la spedizione ed il disastroso viaggio in Amazzonia, la prima parte pur essendo un po’ lenta ci mostra senza dubbio le cose migliori e cioè la costruzione dei personaggi, in special modo quello della moglie Nina, con una Sienna Miller capace di creare nel poco spazio a disposizione la “cosa”  indiscutibilmente migliore di tutto il film: volendo anche la costruzione della personalità di Fawcett ha il suo perchè, peccato soltanto per un Hunnam un po’ sottotono, che entra troppo svogliatamente all’interno di un personaggio che era stato scritto e pensato nientemeno che per Brad Pitt, che dopo aver gentilmente rifiutato la proposta di Gray, si è gentilmente offerto di produrre Civiltà perduta con la sua Plan B. Fawcett è un ambizioso, forse troppo, è uno che per un sogno tendente all’assurdo mette da parte ogni contatto con la realtà, dalla famiglia alla carriera, credo che per costruire un personaggio così cocciuto forse il nuovo King Arthur (ruolo che ha interpretato con un piglio ben diverso) avrebbe dovuto metterci meno prestanza e più introspezione.

La seconda parte del film, quella che a naso avrebbe dovuto regalare uno spettacolo maggiore ed un diverso coinvolgimento emotivo, si perde dietro gli stereotipi sull’Amazzonia visti negli ultimi quarant’anni di cinema, dai cannibali ai piranha, Gray non riesce a creare tensione, annoia più che stupire, si blocca dove dovrebbe ripartire, svilisce alla fine una pellicola che concettualmente poteva essere interessante, mentre invece alla fine l’andremo a catalogare come la solita ciofeca estiva, nonostante tutta la pubblicità non dovuta che Civiltà perduta ha avuto durante lo scorso Festival del Cinema di Cannes.

Riserviamo un ultimo pensiero ai numerosi fans di Robert Pattinson, ansiosi di vederlo nuovamente ai livelli che competono ad uno “degno della sua fama”: non pervenuto, come ormai da un paio d’anni a questa parte, come compete ad uno degno della sua fama.

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Fortunata

Paolo Villaggio

Buon viaggio, ragioniere. Com’era umano lei