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Death Note – Il quaderno della morte

Death Note – Il quaderno della morte è una trasposizione forzata di un grande manga giapponese.

Nat Wolff in Death Note

L’aver letto agli albori degli anni ’90 opere come Kimagure Orange Road, Sesame Street e Video-Girl Ai ed i robot di Gō Nagai non fa di me un esperto di manga giapponesi, anche perchè queste in realtà sono state letture generazionali che hanno coinvolto anche chi solitamente non leggeva fumetti o che magari ha sempre preferito quelli americani tanto quanto le opere targate Sergio Bonelli: l’idea però era quella di vedere questo Death Note – Il quaderno della morte con un minimo di cognizione di causa senza farmi condizionare dal pregiudizio, perché di questo adattamento americano firmato Adam Wingard (V/H/S, You’re next) avevo sentito solo commenti negativi.

Death Note locandinaIl Death Note è un quaderno all’apparenza molto comune con una fodera in pelle nera, caduto all’improvviso ai piedi di Light Turner (Nat Wolff) il classico sfigato della scuola oppresso dal padre poliziotto e dai bulli di quartiere: a consegnare il Death Note quasi a domicilio ci ha pensato Ryuk (Willem Dafoe), un demone della morte goloso di mele che si paleserà al cospetto del ragazzo spiegando come funziona quello strano quaderno che ha in mano: scrivi il nome di una persona che conosci e pensa a come vuoi che muoia, il resto succederà da se.

Dopo aver auto la dimostrazione pratica col tizio che lo aveva pestato poco prima, Light assieme a Mia (Margaret Qualley) studiano un modo per usare in maniera “benevola” il Death Note ed organizzano l’eliminazione selettiva di tutti i più pericolosi criminali del mondo lasciando dietro ogni morte un messaggio di un fantomatico Kira, una sorta di entità astratta che diventerà ben presto un punto di riferimento per tutte le popolazioni del mondo.

Death Note

Ma pur “limitandosi” ad uccidere terroristi e criminali, Kira non può permettersi il “potere divino” e scegliere chi deve o non deve morire e partono delle indagini a tappeto su scala mondiale che vedono coinvolto anche un misterioso investigatore privato chiamato L (Lakeith Stanfield), addestrato segretamente per risolvere i casi assurdi.

Ed è proprio L dal Giappone ad intuire l’origine di Kira ed a chiedere la collaborazione dell’agente James Turner (Shea Whigham), padre di Light, che presto potrebbe anche essere scoperto, ecco perché cerca prima di limitare la sua opera, dopo di che, di disfarsi del Death Note: peccato però che sia Mia che Ryuk avevano programmi diversi, il non conoscere del tutto le regole mette il ragazzo in una situazione tale che solo lo scontro faccia a faccia con L potrà risolvere, o quasi: attenti al colpo di scena.

Death Note

Death Note – Il quaderno della morte è una trasposizione forzata di un grande manga giapponese, la cosa migliore infatti è l’idea di fondo, che però gli sceneggiatori non hanno saputo plasmare: non si tratta a questo punto di questioni di “distanza” fra l’arcaica cultura giapponese dei manga e quella più realistica americana, ma semplicemente di un film realizzato male, anche se riesce a tenere viva l’attenzione dello spettatore fino alla fine.

Di certo pesa una serie di interpretazioni davvero di infimo livello, una tendenza troppo accentuata allo splatter (d’altronde il regista Adam Wingard ha una lunga gavetta di soli horror sul groppone), un appesantimento narrativo della fase cruciale ed un finale confusionario.

Death Note – Il quaderno della morte è una produzione originale che mi ha aperto gli occhi sul fatto che Netflix non è solo serie TV, per il quale si parla già da tempo di un probabile remake dal budget ben superiore, è una pellicola che si fa guardare ma che di sicuro si poteva impostare in maniera ben diversa: poi se qualcuno di voi ha letto il manga e ci vuole illustrare quali siano le “nefandezze” che hanno causato le vostre ire, abbiamo gli spazi e la pazienza per potervi prestare ascolto…

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Scritto da Ciccio Mangiò

Ciccio Mangiò

Tecnico autodidatta dell’ANAS con tendenze alla critica cinematografica ed alla panza di birra, esperto di tutto, di niente e papà a tempo pieno.

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