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Detroit

Nato dalla terza proficua collaborazione fra la regista Kathryn Bigelow e lo sceneggiatore Mark Boal.

Nato dalla terza proficua collaborazione fra la regista Kathryn Bigelow e lo sceneggiatore Mark Boal, Detroit è un dettagliato racconto su quella che ancora oggi conosciamo come “La rivolta della 12th Street” seguita ad un raid della polizia in un bar della capitale del Michigan a fine luglio del 1967 dove persero la vita tre inermi ragazzi di colore.

Detroit (film) - locandinaLa caratteristica principale del cinema di Kathryn Bigelow è stata sempre l’eccessivo realismo (in patria la chiamano “bigelowesque”), al limite del didascalico, è come se ciò che sceglie di raccontare si palesasse all’improvviso di fronte agli occhi dello spettatore inerme: questo succede anche in Detroit ma attenzione, perché la quantità di informazioni che Boal ha raccolto è tale da gonfiare all’inverosimile una sceneggiatura che sarebbe stata buona per una serie TV, la Bigelow ci prova a starci dietro ma purtroppo non ci riesce in pieno, Detroit è un buon film ma non è di certo quel capolavoro che una certa critica ha urlato ai quattro venti, è un dramma vero e teso, ma troppo lungo, al limite dello sfiancamento, con momenti di eccessiva violenza (gratuita) che a molti spettatori in sala ha ricordato quella (gratuita) che il fondamentalista Mel Gibson ha riservato al suo Gesù ne La passione di Cristo.

Detroit (film)

A risentirne in maniera maggiore è senza dubbio il cast, John Boyega, Will Poulter, Anthony Mackie e John Krasinski (assieme a qualche transfugo da serie TV e ad un folto nugolo di illustri sconosciuti, qualcuno anche bravo) si dividono equamente buona parte della scena dando l’impressione di essere entranti con convinzione nelle parti, senza brillare più di tanto ma non per colpa loro, ma perché la trama è così ricca di fatti e riferimenti (ma anche di minuzie totalmente irrilevanti) e concentrare l’attenzione su determinati personaggi è stato quasi impossibile: Detroit è un film corale a sua insaputa.

Detroit (film)

Concettualmente, leggendo fra le righe di Detroit, sembra quasi che la Bigelow abbia voluto compensare le sue posizioni filo-conservatrici delle sue ultime produzioni e per questo buona parte della visione si concentra sulle immagini crude quanto potenti della rivolta, quasi giustificando la violenza messa in scena, ma la verità è che dopo 140 minuti di visione lo spettatore si ritroverà a saperne meno di prima: la storia ha fornito alla Bigelow la possibilità di fare un grande film, ma lei non l’ha saputa cogliere ed alla fine, è stata capace di fare semplicemente più che altro, un film lungo.

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