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Editoriale: Laura Albert – Asia Argento

Personalmente trovo Asia Argento un personaggio simpatico. Molti la odiano perché la conoscono come a) una figlia d’arte e b) una pessima attrice. Ci sono cose, però, che pochi sanno di Asia Argento. Ad esempio che da più di vent’anni si è data alla regia e che la sua bravura in questo campo è inversamente proporzionale alle sue doti di attrice. Se si sorvola sul tono autobiografico di alcuni suoi film, ci si trova di fronte a pellicole molto interessanti.
In “Scarlet Diva” (id. 2000) la Argento recita accanto alla madre. Il film è sperimentale in tutto. Nella storia, vagamente felliniana – di fatto è un “8&½” sotto acido – alla regia, che si propone di essere disturbante: grandangoli, montaggio frenetico e così via.
Del 2014 è “Incompresa”. Non credevo che avrei mai visto nello stesso film una bellissima Charlotte Gainsbourg e un Garko gonfio di botox. Garko mi ha sorpreso. Si vede che si è impegnato. Anche se tutti i suoi sforzi sono stati eclissati dalla bravura della Gainsbourg, alla quale basta muovere un braccio per affossarlo.
La regia si Asia Argento è cambiata considerevolmente nel corso del tempo. Se “Scarlet Diva” era sperimentale, “Incompresa” sembra un film francese. Il primo rappresentava una specie di ribellione adolescenziale nei confronti del padre, il secondo la vita adulta. Da notare la fotografia degli interni della casa, molto colorata. Decisamente filo-Bava. Per chi non lo sapesse, è stato Bava a “inventare” quella fotografia iper-colorata che Dario Argento renderà poi nota al grande pubblico con i primi due film della “Trilogia delle tre madri”. Il film di riferimento è “Sei donne per l’assassino” (id. 1964). Se non l’avete visto non potete definirvi veri amanti dei buoni film dell’orrore.

Jeremiah Leroy (31 ottobre 1980) è uno scrittore statunitense. Di lui si sa davvero poco. Le informazioni sul suo conto le si possono desumere dalle sue opere – tutte a carattere autobiografico – e dalle informazioni rilasciate dalla sua casa editrice. Dal 2000 a oggi ha pubblicato tre romanzi e un racconto lungo: “Sarah” (id. 1999), “Ingannevole è il cuore più di ogni cosa” (The Heart Is Deceitful Above All Things, 2000), “La fine di Harold” (Harold’s End 2005) e “Labour” (2007), ancora inedito in Italia.

1Prima di immergerci nel triste mondo malato descritto da Leroy, penso sia meglio riportare quel poco che si sa della sua vita. Jeremiah nasce nel Virginia occidentale. Sua madre Sarah, al momento del parto, aveva solo quindici anni. Cerca di abortire, ma suo padre – un fanatico religioso – glielo impedisce. Il bambino nasce e viene dato in adozione. Tutto va bene per un po’, vale a dire finché Sarah non diventa maggiorenne. Dopo una causa intentata e vinta nei confronti della famiglia adottiva, Sarah riesce a riprendersi il bambino. Jeremiah viene trascinato dalla madre in un mondo iper-violento, fatto di droga, prostituzione, abusi eccetera. L’abbandono è all’ordine del giorno e, per un po’, Leroy sta con i nonni. Che, ripeto, sono dei fanatici religiosi. Quindi fanno più male che bene (vi dirò solo: “Cloro & Candeggina”).
A tredici anni, Jeremiah è già un tossicodipendente. Abbandonato definitivamente dalla madre, viene preso sotto la “protezione” di una coppia di musicisti falliti: Laura Albert e Geoffrey Knoop. I due conducono il giovane in un consultorio per ragazzi disagiati, l’Adolescent Inpatient Psychiatric Program del McAuley Institute di San Francisco. Grazie allo psicoterapeuta Terrance Owens e a Dennis Cooper – noto scrittore di romanzi scandalistici – inizia la carriera letteraria di Leroy.
Dopo qualche racconto (su cui non mi è stato possibile mettere le mani) pubblicato con lo pseudonimo di “Terminator”, esce nel 1999 il primo romanzo di Leroy: Sarah. All’epoca le informazioni su di lui erano meno della metà di quelle che ho riportato. La sua figura era avvolta in un alone di mistero. Il successo fu mondiale.

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Il libro è dedicato al Dottor Owens, a Sarah e a Dennis. La prosa è asciutta, dolorosamente concentrata sul presente.
Ecco la trama: Jeremiah vive assieme alla madre Sarah. Entrambi si prostituiscono per Glad, che possiede la tavola calda “Le Colombe”. Curiosamente, guadagna più Jeremiah travestendosi da donna e facendosi chiamare “Cherry Vanilla” che sua madre. Jeremiah ama quello che fa e nutre una profonda ammirazione per Glad. Le cose iniziano ad andare male quando Jeremiah e Sarah litigano. Lei se ne va e lui, per tutta una serie di eventi, inizia a “lavorare” per il malvagio Le Loup. Jeremiah viene trasformato in una santa, un oggetto di venerazione per i camionisti di passaggio. La storia prosegue con la fuga del ragazzino e la perdita della sua innocenza. Almeno, per come la vede lui.
Steven King, nella prefazione della sua antologia “A volte ritornano” (Night Shift, 1978), ha scritto (parafraso) che “leggiamo racconti dell’orrore per non pensare all’orrore vero: quello che ci circonda”. Ha ragione: fa meno paura un film di Zombie che un documentario. Sotto questo punto di vista, Leroy ha elaborato un romanzo che fa davvero paura, perché parla delle cose orrende di questo mondo. Anche se il mondo di “Sarah” e il nostro hanno poco a che fare l’uno con l’altro. In “Sarah” il mondo sono lunghe strade asfaltate in mezzo ai boschi, stazioni di servizio e camionisti crossdresser.
Colpo di scena. Il 9 gennaio 2006, sul New York Times, appare un articolo il cui titolo era più o meno questo: JT Leroy non esiste! L’autore – o meglio, l’autrice – dei vari romanzi è Laura Albert, la stessa Laura Albert che assieme al compagno avrebbe salvato Leroy.

Ecco come sono andate le cose. Laura Albert era una trentenne madre di famiglia con un paio di buone idee in mano (sulle “buone idee” torno dopo). La Albert temeva di non essere presa sul serio da Dennis Cooper, quindi, suppongo, si mise a riflettere su cosa poteva fare per ovviare al problema. La gente ama la tragedia. Conscia di questo, la Albert decise che il protagonista dei suoi racconti avrebbe fatto più effetto se fosse stato vero… o se tutti quanti lo avessero creduto tale. Jeremiah aveva tutto: una storia drammatica, una prosa abbastanza sciolta, una storia che non poteva non funzionare. Mancava solo una cosa: un corpo. In tutti i libri, “Jeremiah” si descrive come molto femminile. Quindi fu una donna ad interpretare il personaggio: Savannah Knoop, la sorellastra del suo compagno.
La “buona idea” della Albert è, appunto, buona… ma non è originale. Altre persone hanno avuto quest’illuminazione prima di lei. Primo tra tutti, il regista francese Louis Malle. Vi chiederete in “Cosa c’entrano un regista francese tangente alla Nouvelle Vague e una scrittrice scandalistica di Brooklyn?”. C’entrano eccome.
Le persone credono che scrivere una storia violenta, sconvolgente, immorale sia semplice. Niente di più sbagliato. I risultati sono spesso scontati e moralistici. “Sarah” parla di prostituzione minorile. Non è il primo libro che lo fa e non sarà neppure l’ultimo. Quello che lo rende unico, però, è il modo in cui ne parla. Come se fosse normale. Un conto è parlare di un mondo come il nostro, in cui i personaggi sanno cosa sia morale e cosa no, un altro è creare un mondo in cui, semplicemente, quella regola morale non esiste. Ecco cosa accomuna Malle alla Albert. “Pretty Baby” (id. 1978, di Louis Malle) si basa sullo stesso principio. In un mondo senza la “regola morale” di cui vogliamo parlare, i protagonisti non conoscono la differenza tra il cosiddetto bene e male. Quindi sono i protagonisti stessi che vanno a cercare l’immorale. In “Pretty Baby” la piccola protagonista non ha coscienza di cosa sia morale e cosa no. Neppure il mondo che la circonda. Per questo tutto quello che fa lo fa con innocenza. Ed è questo che lascia il segno, che fa “star male” il pubblico.
Il 22 giugno 2007, i giudici di Manhattan hanno condannato per frode Laura Albert, che ha infranto la legge firmando col suo pseudonimo un contratto con un la Antidote International Films per i diritti di “Sarah”. Una multa di 116.500 dollari. Il film avrebbe dovuto dirigerlo Gus Van Sant – che non si lascia scappare l’occasione di riprendere qualcuno di carino.3
Prima che il mondo scoprisse la vera identità di JT Leroy, venne dato alle stampe “Ingannevole è il cuore più di ogni cosa” (The Heart Is Deceitful Above All Things, 2000). A livello di trama è sicuramente il più complesso. Ripercorre la vita di Jeremiah dai tre anni fino ai quattordici. Da quando viene “ripreso” dalla madre fino al suo definitivo abbandono. I viaggi in macchina, l’alcol, la prostituzione, la droga e così via. Non è un libro adatto a tutti. I contenuti sono molto espliciti, anche se non scadono mai nel disgustoso – come spesso e volentieri accade nei romanzi di Dennis Cooper, fonte d’ispirazione per la Albert.
La trama propone un’accurata evoluzione psicologica del piccolo protagonista. Un primo momento di odio verso la “nuova” mamma, la successiva completa identificazione con lei e l’inevitabile masochismo finale.
Di storie sul sado-masochismo se ne sono scritte e se ne scriveranno ancora, purtroppo. Scrivo “purtroppo” perché l’argomento raramente viene trattato nel modo giusto. Sì, prenderò ad esempio “50 sfumature di Grigio”. Sia il film (Fifty Shades of Grey, di Sam Taylor-Johnson, 2015) sia il libro. È uguale, i problemi sono gli stessi. In “50 sfumature” il rapporto “schiavo-padrone” sembra una cosa divertente. Non credo che le cose stiano così. Suppongo sia il frutto di una vita non esattamente facile, in cui il solo modo per provare o dare amore è soffrire o dare sofferenza. È questo che prodotti tipo “50 sfumature” dimenticano di dire. Ecco perché nel finale del libro il masochismo di Jeremiah è inevitabile. Tutti quelli che avrebbero dovuto amarlo lo hanno sempre o violentato o ammazzato di botte.

4Nel 2004 Asia Argento dirige l’adattamento del libro. La storia ripercorre tutte le tappe fondamentali del libro, “alleggerendolo” delle parti che sarebbe stato illegale realizzare. Resta comunque uno dei film più violenti che abbia mai visto. È più quello che non viene mostrato a fare paura. Esempio: la prima volta che Jeremiah viene violentato, la sequenza si gioca tutta su primi piani. Non si vede nulla ma si capisce tutto. La regia è molto sperimentale. Ricorda quel cinema “indie-sessuale” degli anni ’90 portato avanti da Larry Clarke e Gregg Araki. Interessante anche l’uso dello stop-motion. Per tutto il film è presente un corvo rosso che divora il piccolo Jeremiah, metafora della violenza che subisce e, per estensione, dei danni mentali che ne derivano. “Ingannevole è il cuore” vanta un cast notevole. Peter Fonda, Marilyn Manson, Ornella Muti, Michael Pitt, Winona Ryder. Qui Asia Argento interpreta Sarah. La sua recitazione non è male: l’andamento delle frasi stentato, le parole biascicate suggeriscono che la protagonista sia sempre sotto droghe pesanti. Geniale l’idea di ingaggiare Dylan e Cole Sprouse per interpretare Geremia quando cresce. I due erano appena usciti da quell’abominio di “Zack e Cody al Grand Hotel”. Personalmente ci ho letto una velata critica al mondo rose & fiori con cui la Disney tenta di intrattenere i giovanissimi.
In una sequenza, Jeremiah si identifica completamente con la madre. Per farlo si traveste da donna. Ci prova col suo patrigno e lui ci sta. La sequenza funziona così: Jeremiah, con addosso gli abiti della madre, si specchia. Nello specchio, però, non c’è lui, ma Asia Argento. Scena successiva: Asia Argento ci prova col patrigno. Come per la sequenza del primo stupro, non vediamo nulla ma capiamo tutto. Nota su questa sequenza: il “patrigno” è interpretato da Marylin Manson, cosa che mi ha piacevolmente colpito perché possiedo tutta la sua discografia. Peccato che in Italiano sia doppiato da Morgan, che di recitazione se ne intende proprio poco.

Penso che l’apparizione di Manson rientri in una specie di scambio di favori tra la regista e il cantante. Dello stesso periodo, infatti, è il video musicale “s(AINT)”, diretto dalla Argento. Il video è probabilmente tra i più belli di Manson, assieme a quelli realizzati da Floria Sigismondi (gli intramontabili “Beautiful People” e “Torquinet”). Quel tipo di violenza visiva verrà ripresa anni dopo da “Born Villain”, diretto da Shia Labeouf – che, diciamolo, sarebbe il caso la piantasse di recitare e si desse alla regia.
5L’ultimo libro pubblicato sotto lo pseudonimo di “J.T. Leroy” è “La Fine di Harold”. Si tratta di un romanzo breve ed è probabilmente il meno bello tra i tre libri dell’autrice. L’ambientazione si sposta nella periferia di una città. È la prima volta che succede. Ne primo libro si stava nelle stazioni di servizio e nelle tavole calde. Nel secondo si variava, saltando da un posto all’altro. Qui, invece, l’ambientazione è stabile nella periferia. Se proprio volessimo dare un ordine cronologico alle opere, potremmo dire che “La Fine di Harold” si ambienta probabilmente prima del capitolo finale di “Ingannevole è il cuore”. Ma non si può fare perché i Jeremiah dei tre libri sono leggermente diversi l’uno dall’altro. Non solo lo stesso personaggio. Il primo è ingenuo, il secondo è disperato, il terzo è indifferente.
La storia è questa: Jeremiah è una prostituta. Sembra che un ricco signore voglia prendersi cura dei ragazzini, ma non vuole far altro che approfittarne. Si porta Jeremiah a casa dichiarando di volerlo proteggere, mentre vuole un’altra cosa – che non è esattamente quella che potreste immaginare.
La trama è un po’ scontata. Nei libri precedenti non sapevi mai cosa sarebbe successo al giovane protagonista. Quale persona malata avrebbe incontrato, quale cosa orrenda gli sarebbe successa. Qui, invece, non appena arriva il protagonista, tutto è già chiaro. La Albert riesce comunque a sorprendere rendendo il Poliziotto ridicolo nella sua perversione. Potremmo immaginare chissà quale personaggio violento. Invece quello che vuole è solamente “stare sotto” mentre il ragazzino evacua un clistere da due litri.
Il finale è, come sempre, drammatico. Jeremiah ha paura di aver perso il proprio animaletto da compagnia, una piccola lumaca regalatagli dal poliziotto. Circondato dalla spazzatura, il ragazzino se ne sta immobile a fissare la lumaca. Niente potrà mai cambiare perché il suo mondo è quello. Dico “il suo mondo” perché non si tratta di “tutto il mondo”. Nei romanzi precedenti, tutti sono “strani” – almeno, per noi lettori. Chiunque voglia un assurdo favore sessuale lo ottiene senza troppi giri di parole e senza destare troppa sorpresa. In “la fine di Harold”, il protagonista si vergogna a chiedere quello che vuole. Quindi si esce dal discorso che rendeva “grandi” i libri precedenti, dato che il protagonista condivide le nostre stesse regole morali. L’effetto scioccante è inferiore. Inoltre, questa versione di Jeremiah è meno “innocente” rispetto alle precedenti e non colpisce particolarmente. Quella di Leroy è stata un’“avventura” che la Albert è riuscita a sfruttare solo per due romanzi.

Chiunque ami un libro scandalistico ben scritto, non gratuito e che regga psicologicamente parlando, deve assolutamente leggere i primi due libri della Albert e vedere il film della Argento. Se invece volete qualcosa di gratuito e nauseante, date un occhio a “Frisk” di Dennis Cooper – principale ispiratore della Albert. Di roba forte ne ho letta, ma nulla mi ha disgustato quanto “Frisk”.

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