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Io che amo solo te

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Ci sono Damiano e Chiara, due splendidi fidanzati che stanno per coronare col matrimonio un amore da film d’altri tempi, condito da fughe in vespa (rigorosamente senza casco) di fronte all’azzurrissimo mare di Polignano a Mare, che da solo vale tre quarti del prezzo del biglietto, ma non può fare niente contro quel senso di già visto che la storia ci lascia. Legata a questa c’è un amore clandestino secondario, ma che in realtà diventa la portante del film, quella fra Don Mimì e Ninetta, che in un luminoso passato non si è potuto consumare per questioni di apparenze e convenienze, ma che adesso è pronto a scoppiare di nuovo con un profondo impeto di passione, dal momento che si ritrovano come improbabili consuoceri: questa storia è ancora più bella da guardare, ma non aggiunge nulla di nuovo a quanto visto in mille commedie simili degli ultimi trent’anni. Poi ci sono la zia petulante e rompicoglioni, il fratello gay che sceglie il momento meno opportuno per fare outhing, un truccatore sopra le righe, la sorella piccola aspirante zoccola e mille altri personaggi che abbiamo già visto milioni di volte: eppure, nonostante l’assoluta mancanza di originalità, Io che amo solo te è un film che merita di essere visto, al di là della prevenzione che molti hanno nei confronti del cinema italiano così detto “leggero”. Perché Io che amo solo te è un film che racconta bene i suoi personaggi, il loro vissuto, il loro lato emotivo, senza cadere nella trappola delle macchiette: Io che amo solo te è stato liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Luca Bianchini, un successo che ho avuto modo di leggere qualche mese fa e che sembrava nato apposta per il cinema, ma che non pensavo ci arrivasse così presto, non sembra un romanzo nato per quello contemporaneo, per via di quel gusto retrò che cresce spontaneo pagina dopo pagina. Marco Ponti però ci riesce, ed anche abbastanza bene, con assoluta semplicità dona un tocco contemporaneo ad un impalcato costruito sulle più classiche delle storie d’amore. Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti rappresentano insieme all’ambiente circostante il “bello” di questa storia, però nonostante due prove solide e convincenti le loro figure lasciano presto il posto sia all’accoppiata Michele Placido/Maria Pia Calzone che alla miriade di figure secondarie (ma molto convincenti) che fanno da supporto alle loro storie, con Dario bandiera ed Eva Riccobono a guidarne le fila. C’è però una certa dose di retorica di fondo che svilisce nel complesso un film che poteva dare molto di più, c’è questo modo di vedere il Sud come una specie di terra di nessuno dove ognuno può fare quello che vuole come il SUV di Don Mimì posteggiato a cazzo di cane nella piazza principale ci spiega senza mezze parole, mentre noi sappiamo che non è così, anche le scelte musicali lasciano il tempo che trovano, la presenza e le canzoni fuori luogo di Alessandra Amoroso ad esempio rovinano la splendida atmosfera ricreata fino a quel momento, stonando nel complesso di una trama che per quanto poco innovativa, è comunque molto affascinante. Io che amo solo te è quindi uno di quei film di cui il cinema italiano ha bisogno, piace, si lascia guardare e porta parecchia gente in sala, è ben costruito, ben girato ed offre una splendida carrellata di personaggi, ma non urliamo al miracolo, purtroppo come buona parte di queste pellicole, anche il titolo di Marco Ponti si perde dietro le cose più futili, ma c’è sempre qualcosa di bello dietro le imperfezioni e se cerchiamo bene oltre le apparenze, in Io che amo solo te ne troviamo davvero tante.

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