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La storia di Babbo Natale – Santa Claus

La storia di Babbo Natale - Santa ClauseGli over 35 come me ricorderanno con piacere una favola natalizia che veniva trasmessa a profusione sulle reti private alla fine degli anni ’80 e che adesso sembra scomparsa nel nulla, almeno che non vi mettiate di buzzo buono su internet cercando il DVD, come ha fatto qualche tempo fa il fesso che vi scrive: ne La storia di Babbo Natale – Santa Claus c’è il sapore mai dimenticato di quelle feste fantastiche e spensierate, con in mente i motivetti delle pubblicità, l’emozione per la scuola che finisce, i parenti a casa e le cene infinite, con tredicesime spese per intero al supermercato, regali piccoli ma sempre splendidi e le immancabili cinquantamila lire della nonna, cose che adesso fatichiamo a ricreare, perché il Natale non ha più quello stesso sapore. Il fascino retrò di questa favola comincia proprio in un villaggio sperduto e spazzato dalla neve dove tutti i bambini di un tempo imprecisato sono riuniti la notte del 24 ad ascoltare una dolce vecchina raccontare la storia di un uomo e dei suoi piccoli elfi, fino a quando, a bordo di una slitta con due renne coraggiose, arriva proprio lui: non è Babbo Natale, o almeno, non lo è ancora, ma è solo il buon vecchio Claus (David Huddleston), il vecchio falegname del villaggio che non avendo avuto figli, regala ogni Natale le sue statuine in legno ad ogni bambino, anche al più lontano, tanto che per raggiungere una lontana fattoria, il barbuto benefattore e la moglie Anya (Judy Cornwell) rischia il congelamento sotto una tormenta di neve, fino a quando un gruppo di coloratissimi elfi lo risveglia annunciando alla coppia il loro nuovo futuro. Il vecchio Claus è stato scelto come nuovo Babbo Natale (eh no, non lo vedremo mai il precedente) ed assieme all’adorata moglie guiderà gli elfi nella produzione di giocattoli nell’immensa fabbrica di legno da consegnare poi nella notte di Natale di tutto il tempo che verrà. I secoli passano, le abitudini cambiano, Babbo Natale si ritroverà costretto a creare una lista di bambini cattivi ai quali non verrà consegnato alcun dono, inoltre le richieste sempre più pretestuose dei ragazzini di fine millennio lo obbligano ad eleggere l’ingegnoso Patch (Dudley Moore) come suo assistente, aumentando la produzione di giocattoli grazie a prodigiosi marchingegni mai visti prima: ebbene si, anche il Polo Nord ha avuto la sua rivoluzione industriale. Ma attenzione, perché i doni fabbricati dalle macchine di Patch non sono fra i più sicuri, si rompono, rendono tristi i bambini, qualcuno li rispedisce addirittura al mittente, ragion per cui Babbo Natale si ritrova a dover destituire l’elfo dalla sua gravosa posizione tornando a creare giocattoli alla vecchia maniera. Patch non la prende bene, offeso e deluso lascia il Polo Nord con destinazione New York, dove spinto dall’irrefrenabile voglia di realizzare giocattoli si metterà a servizio dell’avido BZ (John Lithgow), un fabbricante senza scrupoli che ha trovato nell’ignaro piccolo elfo un tramite per poter tornare a dominare il mercato dopo il fallimento della sua pericolosa linea di giocattoli: aiutato dal piccolo orfanello Joe (Christian Fitzpatrick) e dalla dolce Cornelia (Carrie Kei Heim), Babbo Natale anticiperà la sua visita per poter fermare BZ e convincere Patch a tornare a casa.  La storia di Babbo Natale – Santa Claus è il tipico esempio di un cinema che non esiste più: interpretazioni fortemente teatrali, una storia tendente al fiabesco, un retrogusto sociale di stampo democratico che sembra voler fare il verso all’avanzata reganiana dell’America repubblicana degli anni ’80, un piccolo accenno di denuncia contro il dominio imperterrito del consumismo ben nascosta fra le righe del rampantismo di quegli anni, tutto ovviamente sapientemente sussurrato per non offendere nessuno, ma aver rivisto l’opera firmata Jeannot Szwarc dopo tutto questo tempo ed aver scoperto improvvisamente tutto quello che c’è oltre la fiaba, ha fatto ai miei occhi de La storia di Babbo Natale – Santa Claus non solo un classico natalizio da riscoprire, ma un piccolo trattato sull’evoluzione della più spirituale delle feste pagane trasformata suo malgrado dalla cristianità apparente nel simbolo del consumismo più becero, anche se magari questo ai vostri figli non lo direte.

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Scritto da Ciccio Mangiò

Ciccio Mangiò

Tecnico autodidatta dell'ANAS con tendenze alla critica cinematografica ed alla panza di birra, esperto di tutto, di niente e papà a tempo pieno.

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